mercoledì 11 febbraio 2015

"Yves Klein / Lucio Fontana Milano-Parigi 1957-1962" - Recensione a cura di Elena Arzani


"Yves Klein / Lucio Fontana Milano-Parigi 1957-1962"


Presso il Museo del 900 dal 22 ottobre al 15 marzo 2015.


(nella foto: installazione del "Pigment pur" di Ives Klein in basso; Arabesco al neon di Lucio Fontana in alto)

Yuri Gagarin - 12 aprile 1961 - «La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima»


All’Arengario di Milano, risplende “il cielo in una stanza”: un microcosmo di luci al neon, che innalzano la bellezza dell’arte italiana, danzando al pari della Madonnina del capoluogo lombardo, su un pavimento di pigmenti puri, che la forza di gravità incolla rispecchiandone l’estetica perfetta come un Narciso immerso nella musica del blu, dipinto di blu.

Nell’atmosfera magica di questa poetica del colore e dell’infinito, il Museo del ‘900, opera degli architetti Italo Rota e Fabio Fornasari, dedica i suoi spazi ad un lungo percorso espositivo a cura di Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti, in cui Lucio Fontana ed Yves Klein, trasportano l’osservatore alla scoperta della quarta dimensione nell’arte.

Inaugurata il 22 Ottobre 2014, la mostra dal titolo: “Yves Klein Lucio Fontana. Milan Parigi 1957-1962”, che si concluderà il 15 Marzo 2015, occupa alcune delle stanze più rappresentative della collezione permanente, riformulate per l’avvenimento, per enfatizzare e promuovere lo stretto confronto visivo tra le oltre 90 opere dei due artisti, affiancate da una ricchissima documentazione di fotografie, filmati d’epoca e carte d’archivio.

LA NASCITA DI MAGNUM Robert Capa Henri Cartier-Bresson George Rodger David Seymour ‘Chim’ - Recensione di Elena Arzani

LA NASCITA DI MAGNUM

Robert Capa Henri Cartier-Bresson 
George Rodger David Seymour ‘Chim’

Cremona, Museo del Violino
31 ottobre 2014 – 8 febbraio 2015

A cura di Marco Minuz

(foto di Robert Capa ©)

La mostra dell’Agenzia MAGNUM PHOTOS INC, celebra la nascita della stessa, avvenuta il 22 Maggio 1947 nella Contea di New York, ad opera di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson e George Rodger, David Seymour (Chim), affiancati da Maria Eisner, William e Rita Vandivert.

Henri Cartier-Bresson, dopo la prima grande retrospettiva inaugurata dal MOMA di New York nel 1947 in suo onore, avrebbe potuto dedicarsi unicamente all’arte, ma contrariamente alle aspettative, sceglie di legarsi in società a Robert Capa e David Seymour, suoi amici ormai da un decennio. Il progetto, a cui parteciperanno anche George Rodger, Maria Eisner, William e Rita Vandivert, nasce dal profondo desiderio di raccontare il mondo ai suoi stessi cittadini. Una serie di sanguinose guerre ha segnato il globo intero nelle ultime decadi, sconvolgendo la società e ridisegnando i confini geografici, intensificando la necessità di divulgazione della stampa. L’informazione è in mano alle case editrici che uniche padrone, possono gestire il materiale raccolto dai fotoreporter e scegliere cosa proporre alle masse. In questo contesto si inserisce il radicale valore del cambiamento avviato dall’associazione di Magnum.    Tre grandi sale, allestite presso il Museo del Violino di Cremona, dal curatore Marco Minuz, ospitano una prestigiosa selezione delle iconiche immagini dei padri fondatori di Magnum, mostrando l’intensa attività fotogiornalistica, che ha segnato la storia dell’editoria, rivoluzionando il concetto di libertà di pubblicazione e moderno copyright.

Henri Cartier-Bresson "Lo sguardo del Secolo" - Recensione a Cura di Elena Arzani

 

 

 Henri Cartier-Bresson

"Lo sguardo del Secolo"

Recensione a Cura di Elena Arzani


“...ogni volta che premo il pulsante dello scatto, è come se conservassi ciò che sta per sparire.” – Henri Cartier-Bresson
Henri Cartier-Bresson 
Finissage: Roma, Museo dell’Ara Pacis
dal 26 settembre 2014 - 25 gennaio 2015


Si chiude oggi al Museo dell’Ara Pacis una retrospettiva dai grandi numeri, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi e dedicata all’inestimabile opera di Henri-Cartier Bresson: 16.000 i visitatori che hanno percorso le sale nel periodo di dicembre, con una media di circa 1000 persone al giorno; 500 le opere esposte, tra cui schizzi, filmati e le fotografie originali dell’epoca stampate dallo stesso Cartier-Bresson; 9 le sezioni che compongono il percorso proposto dalla mostra, analizzando ciascuna un diverso periodo della vita e del lavoro dell’artista ed infine 1 il grande catalogo edito da Contrasto, con saggi di studiosi e testi inediti. 
Queste strabilianti cifre non destano stupore, trovandoci di fronte all’opera di colui che è stato definito “lo sguardo del secolo” e che, attraverso un costante lavoro della stessa durata, ha gettato le fondamenta della moderna fotografia, ridisegnato il ruolo del fotografo e diventando egli stesso simbolo e riferimento di quest’arte.

mercoledì 4 febbraio 2015

Forma e Desiderio The Cal - Collezione Pirelli: recensione di Elena Arzani


Forma e Desiderio

The Cal - Collezione Pirelli
recensione di Elena Arzani

Palazzo Reale a Milano, ospita per 3 mesi l’iconografia più moderna della sensualità del tempo, attraverso una mostra fotografica di 200 scatti, provenienti dalla Collezione Calendari Pirelli, selezionati da Walter Guadagnino ed Amedeo M. Turello, con il patrocinio di Expo e l’organizzazione/produzione a cura di Palazzo Reale e GAmm Giunti.

Un percorso di 5 sale, seguendo il filo rosso di un “desiderio che prende forma”, accoglie lo spettatore, mettendo in scena attraverso gli scatti dei più famosi fotografi contemporanei: da Herbs Ritts a Richard Avedon, da Peter Lindbergh a Bruce Weber, da Peter Bearda Steve McCurry, da Patrick Demarchelier a Steven Meisel, 5 decadi di assoluta bellezza estetica.

Il corpo femminile diventa specchio della società, come un silenzioso attore che danza sul teatro del tempo, tra scenari esotici, voyeurismi ed astrazioni oniriche, porta in scena una maturità sessuale analizzata, conquistata ed iconizzata dall’occhio di vetro.

Presentato per la prima volta nel 1964, il Calendario Pirelli giunge alla sua quarantaduesima edizione con l’anno 2015, realizzato da Steven Meisel.

5 itinerari tematici: L’incanto del Mondo; Il fotografo e la sua musa; Lo sguardo indiscreto; La natura dell’artificio ed Il Corpo in scena, seducono lo sguardo ponendo l’accento su tematiche via via più complesse.

Fino a ora, la più importante mostra retrospettiva, allestita dall’architetto Gae Aulenti, si era tenuta nel 1997 a Milano (Palazzo Reale - Sala delle Cariatidi), a Venezia (Palazzo Grassi), per poi partire per un tour mondiale che ha toccato alcune della principali capitali mondiali come Parigi, Berlino, Mosca, Buenos Aires e Tokyo.

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Elena Arzani
. Redattrice di Critica Letteraria
. Art director di TuttoRock
. Inviata Speciale/Redattrice di Frattura Scomposta Contemporary Art Magazine


Riflessioni sul Corvo: The Crow - by Elena Arzani


Nella notte di Halloween: The Crow (Il corvo - The Crow è un film del 1994 diretto da Alex Proyas, tratto dall'omonimo fumetto di James O'Barr)



-- "Un tempo la gente era convinta che quando qualcuno moriva, un corvo portava la sua anima nella terra dei morti. A volte però accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose, che l'anima non poteva riposare. Così a volte, ma solo a volte, il corvo riportava indietro l'anima, perché rimettesse le cose a posto."

La triade dei miei film preferiti, contempla il primo dei 3 film ispirati al fumetto "The Crow", quello in cui Brandon Lee riveste i panni di Eric Draven ("Draven" da "The Raven" di Edgar All Poe).
Mentre nel fumetto Eric è un poeta, nel film è un chitarrista...e dà vita ad una delle pellicole più Gothic Metal del Cinema.

Dipinto il volto come un pagliaccio ("Vesti la Giubba"?!), dopo esser stato riportato in vita la notte di Halloween, dallo spirito guida che attraverso gli occhi dalla piatta vista di un Corvo, gli dona l'invincibilità per poter vendicare i torti subiti, la sua ingiustificata uccisione, insieme alla fidanzata amata.

Ho sempre adorato il personaggio di Eric, che al pari di Dracula (nel fim di Coppola), non è un eroe buono, ma è un giusto.
Ammantato dal nero del vendicativo pungiglione, colpisce solo i malvagi, rei colpevoli di nefandi crimini, ma protegge i giusti e si muove nel rispetto dei corretti.

Per lo più intatta la trama della trasposizione cinematografica delle vicende, la vendetta si attua per esteso, resistuendo alla malata mente del perverso cattivo, tutto il dolore inflitto, attraverso l'apposizione delle mani sui suoi occhi, affinchè l'ignoranza sia colmata dall'esperienza, dalla partecipazione diretta in un breve scambio di ruoli.

E come già sostenuto da Leonardo, nel rinascimento, gli occhi diventano mezzo di comunicazione, che arriva dritta al cuore, all'anima, che non può reggere tanto dolore. Tipico di ogni debole, di ogni individuo dalla coscienza sporca e vile, il nascondersi, l'evitare un confronto diretto, in cui lo sguardo della persona danneggiata, come uno specchio, rifletterebbe il turbamento, la sofferenza, nonchè il segno degli eventi nocivi, che neppure l'anima del cattivo può di fatto tollerare, perchè ogni uomo, per quanto lupo nei confronti dei suoi simili, è fatto della stessa materia e se risvegliato dal torpore dell'ignoranza, freddezza anaffettiva e follia, non può rimanere indifferente.

Eric fà ritorno al suo letto, 7 metri sotto il suolo, dove ad attenderlo vi è la fidanzata, mentre le gioiose risate dei bambini, lo raggiungono allegre in un girotondo in cui con leggerezza d'animo, la morte rende omaggio alla vita.
Celebre frase del fumetto: "L'infanzia finisce quando scopri che un giorno dovrai morire". 
Poche persone, come il figlio di Bruce Lee, penso potessero comprenderne la profonda verità.
--E.A. Elena Arzani



Elena Arzani
. Redattrice di Critica Letteraria
. Art director di TuttoRock
. Inviata Speciale/Redattrice di Frattura Scomposta Contemporary Art Magazine


domenica 4 gennaio 2015

MARIA ANTONIETTA - Festival Ladies sing it better @ Sound Bonico (PC) - by Elena Arzani per Tuttorock


MARIA ANTONIETTA (Ph. Elena Arzani ©)
Festival Ladies sing it better @ Sound Bonico (PC)  by Elena Arzani per Tuttorock 

Quando il mio editor ha proposto a me, una rockettara-metal doc, di fotografare e conoscere Maria Antonietta, confesso di aver provato un grande stupore misto a curiosità.

Intenzionata a scoprire cosa si celasse dietro all’ardita sfida, per settimane ho approfondito l’ascolto della cantante, finché la serata del nostro incontro si è manifestata.

Nel locale di Sound Bonico (Piacenza), al mio ingresso le luci erano ancora basse ed un’atmosfera piuttosto surreale avvolgeva la tavolata di artisti seduti a cena. Fremevo mentalmente dal desiderio di assistere alla performance, di vedere Maria Antonietta prender corpo e voce davanti ai miei occhi.

Ciò che avevo avuto modo di comprendere nei giorni precedenti al nostro incontro, è che stavo rischiando di perdermi un’artista a dir poco sconvolgente, una giovane donna forte e decisa, dal carisma incredibile che ricorda grandi nomi come PJ Harvey, Cat Power e Patti Smith, non tanto nel cantato più volte associato all’italianissima Carmen Consoli da stimate riviste di settore, quanto per quella forza dirompente a tratti sfrontata di affrontare il pubblico, di stregarlo, di portarlo all’interno di un mondo intimistico fatto di ricordi di vita vissuta, in cui i sentimenti sono veri, in cui le parole hanno valore.


ELENA ARZANI

GALASSIE
Tu che dici sono nella verità e ti riempi la bocca…E parli di amore come fosse un insieme di parole e non una serie di atti, uno dietro l’altro allineati. L’erba cresce molto bene sopra alle sepolture, cresce bene e non chiede alcuna spiegazione. Come crescono le radici delle piante, come crescono tutte le galassie. Per questo io non ti credo: io non ti credo. Grazie per parlarmi di coraggio e di posizioni, direi di pose che adotti senza avere convinzioni, ma io non sono Dio, scelgo solo per me. Deve sentirsi ben responsabile. Forse anche lui si sente uno importante, ma a lui credo.
 – testi e musica di Maria Antonietta

Galassie

http://mariaantoniettamusica.tumblr.com 
https://www.facebook.com/mariaantoniettamusica 



Quadrophenia di Franc Roddam - The Who Films - recensione a cura di Elena Arzani

“Quadrophenia” fu l’ultimo vero lavoro degli Who. Lo considero un album epocale e per questo ho voluto portarlo nel nuovo millennio. - Pete Townshend


Quadrophenia
diretto da Franc Roddam. È tratto dall'omonimo album del 1973 degli Who - Genere Dramma - Original version: © 1979 Who Films, Inc. All Rights Reserved.
Remastered version: 2014

Pete Townshend



Quadrophenia, l’opera d’arte cinematografica firmata “The Who”, diretta da Frank Roddam, sullo sfondo di un’inghilterra equamente divisa intorno agli anni ’60 dalle bade dei Mods e Rockers, in cui fa capolino un giovanissimo Sting nella parte di Ace e si consumano ribellione giovanile, mista a passione per la musica.
Colonna sonora d’eccezione per una trama ispirata all’omonimo album capolavoro degli “The Who”, pubblicato nel 1973 ed elencato tra i primi 10 dischi per importanza nella storia del Rock.
Il film nella versione rimasterizzata, esce a 35 anni di distanza dalla prima proiezione del 1979 (a solo 1 anno dalla morte di Keith Moon del 1978), nel 50° anniversario della band di Roger Daltrey e Pete Townshend, a poche settimane di distanza dall’uscita della raccolta THE WHO “HITS 50!”; mentre in radio viene diffuso l’inedito brano: “BE LUCKY”.
Lontano dal correre il rischio di apparire un semplice documentario sugli usi e costumi dell’Inghilterra di quegli anni, Quadrophenia ci regala un’avvincente viaggio all’interno della cultura giovanile, trattando tematiche care ai “The Who”, come la libertà, l’autoaffermazione attraverso la ricerca della verità ed il rifiuto delle divise pre-confezione di una società in ripresa economica.
Questi concetti, espressi anche nell’altro capolavoro della band: “Tommy”, si stemperano lungo una trama in cui scorrazzano ragazzi ben vestiti a cavallo di italianissime Vespa e rockers idolatranti una cultura americana anni ’50, vestiti con giubbotti di pelle ed in sella a grosse motociclette.

Scenario meraviglioso della pellicola, la cittadina di Brighton e le bianche scogliere di Dover, quasi ad evidenziare ancor più marcatamente i contrasti dell’animo umano nel delicato passaggio dall’adolescenza e l’età adulta. 

Se l’album “Quadrophenia” è reo di aver stravolto i canoni della musica al punto di coniare un nuovo termine “rock opera“ per definirlo; la pellicola cinematografica non è da meno e resta all’oggi il film che più di qualunque altro è stato in grado di mostrare lo stretto legame tra il rock e la ribellione giovanile; d’altra parte questo traguardo non può destar stupore, considerando che il gruppo “The Who” intorno agli anni ’70 divenne punto di riferimento della musica rock contemporanea, influenzando band come i Beatles e Rolling Stones ed i Clash che getteranno le basi del british punk.

Elena Arzani
(articolo pubblicato su TuttoRock.net il 31.12.2014) 

Quadrophenia è distribuito in Italia da Nexo Digital in collaborazione con Universal Music, Radio DEEJAY e MYmovies.it.

Elena Arzani
. Art director di TuttoRock
. Inviata Speciale/Redattrice di Frattura Scomposta Contemporary Art Magazine


giovedì 25 dicembre 2014

Marlat at Teatro Regio, Parma - Recensione a cura di Elena Arzani

Marlat 
Teatro Regio di Parma
11 Dicembre 2014
(I Marlat - foto credits: Elena Arzani ©)

L’11 Dicembre 2014, presso lo storico Teatro Regio di Parma, uno dei più importanti della tradizione musicale, si sono esibiti i Marlat, fiore all’occhiello della musica Dark wave emergente made in Emilia.
La band tutta italiana, si è distinta nel panorama europeo soprattutto in Svizzera, con sonorità gotiche, la cui cifra stilistica è un romanticismo sì minimale e oscuro, ma quanto mai ricco di tensione emotiva.
Le liriche attingono al mondo simbologico dei sogni, un paesaggio notturno ed onirico, capace di esprimere una sincera poetica rock, sganciata dalla più o meno pedissequa imitazione di modelli altrui. Dal primo all’ultimo brano “ruvidacenere”, EP composto da sei brani edito in collaborazione con l’etichetta SFEM / The Lads Production, (successivo al primo Ep autoprodotto dal titolo “nottesempre”, in cui spiccano i singoli “Triora” ed “Halloween”), è una travolgente cavalcata dalle atmosfere post-punk, a tratti drammatica, in cui soprattutto all’interno del singolo estratto “Lady Anne” il cuore sembra volersi liberare dalle costrizioni imposte e dal vuoto, in un moto claustrofobico dell’essere, ben interpretato nel video realizzato da Francesco Marchini.
Trasmesso da una folta rete capillare di radio web (tra le tante: Radio Darkitalia, Radiogas e RadiOndAnomala), “Lady Anne”, è stato selezionato ed incluso nella compilation “Gothic room 2013”, “Undergroundzine nr.4” e “Swiss Dark Night 28/01/2012 – 28/01/2013”. 
Secondo singolo estratto: “Lasciami qui”,  è accompagnato da un video girato da Francesco Marchini e montato da Matteo Taglioli, in cui la suadente e carismatica voce dei Marlat, Francesca Mora, coniuga alla perfezione le istanze dark con quelle più sensibilmente romantico-decadenti, mentre Filippo Marlat, voce e chitarra, accompagnato da Alberto Clerici alla batteria e Luigi Pizzuti alla chitarra, coniuga alla perfezione i colori della dark wave a quelli del rock.

I Marlat incarnano una delle espressioni più interessanti ed originali della musica made in Italy e siamo certi, che in futuro sentiremo molto parlare di loro...
Elena Arzani


I Marlat sono: Filippo Marlat (Filippo Galleani): voce e chitarra - Fra Ange Noir Marlat (Francesca Mora): voce e tastiere - Luigi Pizzuti: basso - Alberto Clerici: Batteria 


Video di “Lady Anne” by Francesco Marchini: MARLAT - Lady Anne
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/marlatband?fref=ts
Canale Youtube: https://www.youtube.com/user/marlatmarlat


 Il testo è tratto dalla Recensione Pubblicata su Tutto Rock a cura di Elena Arzani
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Elena Arzani
. Art Director di Tutto Rock 
. Inviata Speciale/redattrice di Frattura Scomposta - Contemporary Art Magazine
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mercoledì 24 dicembre 2014

LACUNA COIL - Cristina Scabbia - Ph. Elena Arzani © 2014 - Xmas Party by Rock Tv Italia c/o Fabrique, Milano

LACUNA COIL - Cristina Scabbia
Ph. Elena Arzani © 2014 - Xmas Party by Rock Tv Italia c/o Fabrique, Milano

I LIKE IT
 
"...today I'm gonna fly
There's nothing that can keep me on the ground
Touch the sky, I'm free inside

I'm free to do what I like
I'm celebrating my life
I'm free to be what I like
I'm celebrating my life
I'm gonna get what I like
Gonna celebrate till I die
I'm celebrating my life..." -


LACUNA COIL





"Ma io non mento al limite sto zitta. ... sto zitta." – Maria Antonietta


"...Ma io non mento al limite sto zitta. ... sto zitta." Maria Antonietta - Giardino Comunale. 
Sassi / © & Ⓟ 2014 La Tempesta Dischi.
Ph. Elena Arzani © 2014 - Festival "Ladies sing it better" - Sound Bonico - Piacenza

giovedì 18 dicembre 2014

"20.000 Days on Earth" di Ian Forsyth, Jane Pollard, con Nick Cave - A cura di Elena Arzani

Un film di Ian Forsyth, Jane Pollard. Con Nick Cave, Susie Bick, Warren Ellis, Darian Leader, Ray Winstone.
Documentario, durata 95 min. - Gran Bretagna 2014.

Distribuito in Italia da Nexodigital; "20.000 Days on Earth" di Iain Forsyth rappresenta un immaginario viaggio della durata di un giorno, nella vita di Nick Cave. L'artista di origine australiana, oggi residente a Brighton, ha profondamente segnato la scena della musica rock degli ultimi 30 anni, colorandola con carismatiche note punk rock, a tratti visionarie, trascinando il pubblico in un mondo intimistico di forti emozioni, distinguendosi inoltre come scrittore, attore e sceneggiatore.

Chi ha avuto la fortuna di assistere ad una performance live di Nick Cave, potrà forse rintracciare nel prorompete inizio del film, la stessa adrenalinica emozione data dal suo ingresso fragoroso sul palco. Energico, vibrante come la luce del giorno, che si fá largo con forza all'interno della stanza, un sipario che si leva fragorosamente catturando la fervida attenzione dei nostri sensi.

Da questo momento in poi la pellicola scorrerà sul fil rouge della memoria, dando vita ad una rappresentazione dell'immagine allo specchio, più o meno autentica, che Cave deciderà di condividere con noi poco dopo il risveglio, in quel l'atto da lui definito di "cannibalismo" sociale, che positivamente sublima in gesto creativo.

Ed è quest'ultimo fine, che ben s'incastra nella sequenza narrativa, conferendole una valenza tripla: possiamo assistere a "20.000 days on earth" considerandolo una semplice narrazione quotidiana; individuarne i tratti distintivi di un'autoanalisi intimistica, meno formale e più romanzata di un documentario sulla vita del cantante oppure cogliere gli spunti e l'atmosfera creativa, che non solo ammantano il "dietro le quinte" della realizzazione dell'ultimo album "Push the sky away"; ma si fanno anche portavoce di un'ottimistica ventata di entusiasmo contagioso, rivolto agli artisti emergenti.
La sensazione dominante è che Nick Cave sia tanto protagonista del film, quanto silenzioso strumento guida della narrazione, che si scompone attraverso scambi dialettici di breve durata con diversi personaggi cameo, per aspirare ad un'autonomia di pensiero, in cui ognuno è chiamato alla libera interpretazione.

La seduta psicanalitica con Darian Leader, uno stream of consciousness delicato, in cui rievoca il suo innamoramento per l'arte della scrittura, passione trasmessagli dal padre, Colin Frank Cave, durante la lettura di un breve passo. Il ricordo acquista connotazioni quasi divine, di profonda devozione ed ammirazione, di elevazione dell'uomo ad uno status di suprema bellezza. La commozione finale, nel ricordarne la prematura scomparsa (avvenuta in un incidente d'auto, mentre Cave si trovava in carcere, per un piccolo furto).
Sfogliando le successive pagine della memoria, nella casa lungo le bianche coste di Dover, del chitarrista e violinsta Warren Ellis, non sorprende trovar immediatamente collegato l'aneddoto di una Nina Simone, esplosiva e trasgressiva, che ci fornisce un interessante chiave di lettura dell'interpretazione degli anni giovanili di Cave e delle sue performance sul palco.

Warren Ellis, oltre ad esser amico di lunga data, è anche membro dei I "Bad seeds" ("Fiori del male", come la stessa opera di Charles Baudelaire). La band nata nel 1983 proprio alla fine di un processo esistenziale di profondo tormento e dolore di Nick Cave, che ritrova sè stesso, dopo aver sperimentato anni londinesi di trasgressione estrema con i "Birthday Party" e successivamente la scena punk-rock dell'underground berlinese anni '80, vissuta in un minuscolo appartamento in cui conserva immagini ed oggetti "reliquia", da cui trae ispirazione per la scrittura del primo libro “And The Ass Saw The Angel”, mentre stempera una vita quotidiana ben divisa tra il consumo di eroina e la frequentazione della Chiesa.
Metafora filmica di questo lungo percorso storico, la sua discesa nel seminterrato dell'ipotetico "Archivio Nick Cave", in cui diversi collaboratori lavorano alla catalogazione della sua collezione di fotografie, video e testi scritti. Dopo la comparsa dello scatto che ritrae Susie Bicks, la moglie, dalle sembianze eteree, quasi angeliche, che per un attimo ci ricordano quell'estatica tensione al dialogo tra il mondo del divino e l'uomo, messo egregiamente in scena nella pellicola di Wim Wenders, in cui per altro Cave recita una piccola parte, vestendo i panni di sé stesso, riemergiamo all'aria aperta, pronti ad incontrare una sfavillante Kylie Minogue.

E si corre di nuovo avanti, a bordo della jaguar nera, sul cui parabrezza cade la pioggia inglese, malinconica e nostalgica, come nelle poesie di Cave, raccolte nei "Weather diary" - "I could con­trol the weather with my mood back then. I just couldn't con­trol my moods, you know."

Ma i cori di voci bianche, dei bambini della scuola Saint Martin di Saint-Rémy-de-Provence (presenti nelle canzoni: Jubilee Street, Higgs Boson Blues, Push The Sky Away, Lightning Bolts - dell'album "pUsh the sky away"), ci invitano ad una nuova atmosfera di pace, di quiete familiare, scandita dalla quotidianità delle esibizioni sul palco, per poi cullarsi tra i figli gemelli, sul divano di casa con pizza, tv ed affettuosa naturalezza.

"20.000 days on earth" termina lasciandoci col fiato sospeso, con il disappunto che si prova accomiatandosi da un caro amico, in partenza sulla nave...

Elena Arzani

Elena Arzani 
Redattrice - Inviata Speciale di Frattura Scomposta - Contemporary Art Magazine 
Art Director della Rivista Musicale Tutto Rock
 
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domenica 30 novembre 2014

Wilde, Bowie & The Who

... 114 anni fà, il 30 nov del '900, moriva Oscar Wilde, dopo aver consegnato al mondo una delle opere che amo maggiormente: "De Profundis". Un libro d'amore per la vita, ma soprattutto per l'arte, scritta dall'amante che sentiva di averla tradita, per rincorrere le chimere della passione carnale, per un uomo capriccioso e ricco. Oscar Wilde fù per anni un fiore all'occhiello dell'Inghilterra bene, intelligente, raffinato osservatore della società ed i suoi vizi, impareggiabile scrittore versatile ed ironico. Nonostante il talento, la sua inclinazione sessuale, fù motivo di accanimento ed arresto. I lavori forzati ne fiaccarono corpo e mente, ma nel buio e freddo della prigione, la consapevolezza del suo talento non venne meno e con forza struggente, descrisse sè stesso, l'artista, con una bellezza di metafore che ne elevarono lo status e percezione ad universale, con riferimenti alla vita di Gesù, privi tuttavia di connotazioni alla fede religiosa, come un moderno "Tommy" degli "The Who". La società è strana, ogni tanto reclama i suoi martiri, mentre altre volte gli stessi reati ottengono reazioni opposte ed imprevedibili, basti pensare alla carriera di Bowie, che a distanza di soli 60 anni, avrebbe lentamente iniziato ad imporre una figura androgina e bisessuale alla stessa Inghilterra di Wilde. Ció che aveva condannato a morte lo scrittore, nel 1972 fà balzare in cima alle classifiche Ziggy Stardust e cementa il successo di Bowie. La moda ha portato in scena l'abbigliamento Dandy per la donna, ispirandosi allo stile elegante dei velluti cupi, del bastone e bombetta del padre di Dorian Gray...e le parole di Wilde, restano ancora oggi un'emblema di acuta riflessione sui comportamenti, nonchè vizi dell'animo umano. - Elena Arzani

venerdì 28 novembre 2014

David Bowie Is - a cura di Elena Arzani


David Bowie is


Il film ispirato alla mostra record (311.000 i visitatori) dedicata a David Bowie e conclusasi lo scorso Agosto 2014 al V&A museum di Londra, è portata sui grandi schermi da Hamish Hamilton, il regista Premio BAFTA degli Academy Awards e della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici del 2012.

Il Victoria & Albert Museum, è un’istituzione nazionale, che racchiude la storia del mondo, della società multietnica che lo ha abitato e colorato nel tempo.

Entrare all’interno delle sue sale allestite in onore del grandissimo artista David Bowie, ha tutto il sapore di una visita nella magnificenza delle Piramidi di Giza, adornate di abiti teatrali, testi ed immagini narranti le gesta dell’artista.

E’ difficile menzionare David Bowie, senza ritrovarsi davanti agli occhi i tanti personaggi da lui interpretati nel corso della carriera, ma il V&A riesce a stupirci, consegnandoci un’immagine a noi sconosciuta, che andrà ad arricchire le sfaccettature del diamante.

Nel 1947, nel vuoto più totale dei sobborghi inglesi rasi al suolo dalla guerra, nasce Davie Johns, bambino di bell’aspetto, che fin dai primi anni dimostra una spiccata personalità ed esibizionismo, al punto di esser ripreso perfino nelle pagelle scolastiche.

Davie ama disegnare, porta in tasca un taccuino pronto ad esibire, con idee, spunti e disegni, in cui tratteggia con marcata autostima, l’orientamento inevitabile della sua vita, ad 11 anni inizia a frequentare la scuola di Bromley, dimostrando un forte interesse per il rhythm and blues, ed il rock 'n' roll. Ha da poco ricevuto in dono un saxofono bianco, con il quale si cimenta ispirandosi a Little Richard.

In modo delicato, la mostra proposta dal V&A, sposta il riflettore dalla scena musicale, all’uomo, divenuto: David Bowie.
Interessante infatti notare, quanto nessuno dei curatori appartenga al mondo della musica; ancor più affascinante constatare che la maggior parte dei pezzi esposti nelle sale, provengano dall’archivio privato dell’artista, che come un moderno Faraone Egizio, non solo ha creato nei primi anni della sua carriera personaggi di fantasia ispirati al mondo ultraterreno delle stelle, degli alieni, ma ha anche conservato con estrema dovizia di particolari, tutti gli oggetti che tracciano il percorso della sua vita, unitamente a quella di ciascun personaggio inventato.

Quando David, da Bromley si trasferisce a Soho, nel cuore pulsante della Londra più irriverente, trova a mio avviso, la chiave che aprirà le porte al suo successo planetario, attraverso l’incontro con Lindsay Kemp.

Bowie, ha un’innata propensione al moderno self-marketing ed un’intuizione sottile dei desideri sopiti dell’animo umano, al pari del geniale Andy Warhol, che dall’altra parte dell’oceano riuscirà a vendere agli Americani, il loro stesso sogno americano.

Non stupisce quindi che i destini di entrambi si intreccino, si influenzino, concludendosi con l’immedesimazione cinematografica di Bowie, che meravigliosamente veste i panni del padre della Pop Art.

Lindsay Kemp, insegna a David l’arte del travestimento, dell’interpretazione o se vogliamo, l’astuzia dell’omerico Ulisse e del cavallo di Troia: dentro ad un costume, puoi essere chiunque tu voglia essere.

Come direbbe Oscar Wilde: “datemi una maschera e vi dirò tutta la verità”.
Il genio trova la via per poter esprimere senza costrizioni mentali di sorta, ogni sua inclinazione, come in un caleidoscopico turbinio di colori e performance, che lasciano tutto il mondo sbalordito.
David, come dimostrano i disegni, gli scritti ed anche numerosi video, allestiti nelle sale del V&A, è un accentratore, che pianifica ogni più piccolo dettaglio del lavoro, che segue con la stessa scrupolosità di un direttore marketing, non privo tuttavia nella vita del libertinaggio più sfrenato.

Bowie ama circondarsi di collaboratori specializzati, come lo stilista: Kansai Yamamoto; creatore dell’iconico abito in vinile nero per il tour Aladdin, che non crede ai suoi occhi, quando raggiunge il cantante a New York e lo vede scendere dal soffitto, esibendosi in performance durante le quali indossa la sua collezione d’indumenti femminili.

Ma Bowie, oltre ad esprimere un marcato interesse verso il buddismo e l’oriente, fin da ragazzo si espone in modo coraggioso per rompere le barriere degli stereotipi sessuali, della censura, provocando in continuazione l’opinione pubblica ed incuriosendola circa le sue personali  inclinazioni.

Colpo da maestro o forse mera fortuna (ai posteri l’ardua sentenza), quando nel 1972, confessa pubblicamente nell’articolo "Oh! You Pretty Thing”: “Sono gay, lo sono sempre stato, anche quando ero Davie Jones”. L’attenzione mediatica risponde alla provocazione ed in breve il suo album “Ziggy Stardust” schizza in cima alle classifiche.

Il “Duca Bianco”, vestito da Alexander McQueen, è un artista, una superstar, tra le più audaci, geniali ed eroiche, che ha tentato sempre e continuativamente di imporsi rompendo le regole, spezzando gli schemi, senza per questo proporci opere banali, ma con un occhio attento e preciso, minimalista a sprazzi, che ha saputo cogliere in circa 70 anni, tutti i tratti distintivi della società, dei suoi linguaggi: la musica, il design, la fotografia, l’arte, il cinema…

“David Bowie is” è una mostra rivoluzionaria, non tanto per la struttura proposta dai curatori, quanto per l’intento di comunicare un messaggio importante: “We could be heroes, just for one day”.

Un artista, che ha dapprima sognato la propria fortuna, per poi crearla con un incessante lavoro quotidiano, questo è David Bowie, secondo me: un eroe del nostro tempo!


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Collaboratrice in qualità di inviata speciale (fotografa e scrittrice) di: 
. "Frattura Scomposta" - Contemporary Art Magazine 
. TuttoRock - Rock, Musica, Arte e Cultura

Ora in Mostra a Chicago:







giovedì 27 novembre 2014

Azimut/h Continuità e nuovo

 
Azimut/h Continuità e nuovo
c/o Peggy Guggenheim Museum, Venezia
dal 20 settembre 2014 al 19 gennaio 2015


La mostra curata dal critico d’arte Luca Massimo Barbero celebra la breve ma intensa attività visivo-concettuale di Azimut/h, intorno alle quali ruotarono personaggi illustri delle neoavanguardie, in un percorso espositivo di 6 sale all’interno del prestigioso Peggy Guggenheim Museum di Venezia.

E’ appena terminata l’estate, quando in quel caldo settembre del ’59, Piero Manzoni ed Enrico Castellani, si incontrano ed insieme fondano Azimut/h. (due realtà distinte, differenziate solo nel lettering: Azimuth, la rivista; Azimut, la Galleria d’arte).

Ci troviamo a Milano, sono passati circa 10 anni dalla seconda Guerra Mondiale ed il capoluogo lombardo è divenuto polo di attività culturali, in un fervore brulicante e creativo, all’insegna della ripresa economica.
Piero Manzoni, ha 26 anni, studia legge all’Università del Sacro Cuore, dopo aver terminato studi classici dai Gesuiti, in compagnia di Vanni Scheiweller. Dipinge e partecipa a mostre già da qualche tempo, esponendo tele di paesaggi dipinti ad olio inizialmente, per poi dedicarsi  alle "tavole di accertamento" e gli "Achromes", che mostra nel 1958, in una personale con Enrico Baj e Lucio Fontana, padre dello Spazialismo e suo caro amico di famiglia.
Enrico Castellani ha 29 anni, si è laureato all’École Nationale Superieure, tre anni prima in Belgio, è serio e posato, amico di Bonalumi, Tobey e Fontana, si dedica come artista allo studio dell’estroflessione ed in quell’anno realizza la sua prima superficie in rilevo.

A darci il benvenuto all’ingresso del Peggy Guggenheim Museum è la “Base magica”, piedistallo sul quale il visitatore è invitato a salire e poggiare i piedi, trasformandosi in una scultura vivente; provocazione che in modo giocoso ed irriverente, tipico del pensiero Manzoniano, ci sintonizza su quello che sarà il file rouge della mostra, consigliandoci un cambiamento di prospettiva e percezione dell’opera artistica e stabilendo un dialogo diretto ed arguto in cui siamo chiamati a diventare parte integrante dell’opera stessa. Proseguendo per le sale espositive opere di Lucio Fontana, Alberto Burri, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Yves Klein, Jean Tinguely, Heinz Mack, compagni di viaggio di Piero Manzoni ed Enrico Castellani, daranno nuovamente vita ai mesi che dal settembre 1959, al luglio 1960, videro il travolgente operato di Azimut. 
Accompagna le creazioni più identificative, come la “Linea”; la “Merda d’artista” e gli “Achrome” di Manzoni, diverse tele di Castellani, il “Petit monument” di Mimmo Rotella; “Io sono un Santo” di Lucio Fontana ed il “Fai da te” di Jasper Johns, l’opera multimediale di Zenith, proiezione che ricrea la magica atmosfera polverosa della Milano di quei tempi e l’emozione artistica suscitata a livello nazionale ed internazionale da Azimuth. Il Catalogo monografico edito da Marsilio Editori, completa la mostra con studi scientifici ed articoli di riviste dell’epoca, documenti inediti, letture trasversali di saggi.

Elena Arzani 

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Collaboratrice in qualità di inviata speciale (fotografa e scrittrice) di: 
. "Frattura Scomposta" - Contemporary Art Magazine 
. TuttoRock - Rock, Musica, Arte e Cultura

mercoledì 7 maggio 2014

Elena Arzani ID.EA - Chapter no.1: Photography




Photography
Amatorial photographer since I was 13’s  years old. Art exhibitions, images for advertising, 
shooting ad-hoc for music bands or anything else might sound like a good-challenge, and a “must try it once”!


MAIN FEATURES:


"Monumenti Perduti#2" 
Collective Exhibition held by "Museo Archinti", Lodi (Italy)
Given subject (by Art Curator Miss Erika Vigorelli) was the S. Giovanni's Church 
in San Colombano al Lambro, Lodi. Here are a few of the images displayed



Architectural Photography
Here are a few images currently on sale

Artistic Photography
La "mise-en-scene"

Portrait Photography
The Soul
 
Street Photography
Capturing the instant
Music Performance Photography
A soulful creation
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